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Le categorie del male

Violenza intra-familiare e sociale

Immagine riferita a Le categorie del male
'il male lo immaginiamo un mostro che scende dalla montagna e poi è il nostro vicino di casa.'
(Nicolò Zancan, giornalista della Stampa)'
 

Violare il diritto alla vita e alla salute di una persona con un’azione violenta richiama questioni di moralità, etica, coscienza. Quanti attori entrano in gioco? Quanti sono visibili? Quanti invisibili? 

Mi riferisco, in particolare, ai recenti fatti evidenziati dalla cronaca radio-televisiva: il pestaggio di un cittadino straniero in Francia e l’uccisione della moglie e delle figlie da parte del marito.

In che modo è possibile dare una cornice a questi fatti perché possano acquistare senso, cioè essere compresi senza scadere nelle categorie del moralismo, del paranormale, della psichiatria? In altre parole, è possibile parlare del delitto di Motta o del linciaggio dell’uomo di etnia Rom avvenuto nella vicina Francia senza pensare che crimini di questo genere vadano puniti con la morte, che abbiano a che fare con l’esistenza del diavolo, che si tratta di persone imbrigliate dalla follia?

Provo a pensare a questi episodi come due esempi di azioni violente e collocate nella categoria del male, di ciò che fa male, di ciò che è male. Questo implica anche che essi siano assimilabili ad eventi che non appartengono a chi li osserva, da spettatore, da esterno. Questi avvenimenti appaiono, si può dire, stranieri al familiare territorio di chi vi partecipa 'da fuori'. Ho usato appositamente la parola 'partecipa' poiché penso che possa essere utile a percorrere quella visione altra di cui parlavo pocanzi. In una prospettiva 'ecologica' gli eventi, le situazioni della vita si considerano in relazione tra loro, non come parti staccate e dotate di vita propria. Anche quelle azioni violente possono essere pensate 'in relazione', ovvero parte di un universo di senso che non è frammentato. E non per il solo fatto di essere state agite da un altro essere umano che è differente, staccato fisicamente da noi, sono altro da noi, nel senso che non ci riguardano, ma sono connesse a ciascuno di noi. E forse in tal senso vale la pena di occuparsene, sporcandosi un po’ le mani... il mio non è un invito a trasformarsi in eroici cittadini o in devoti francescani nel tentativo di 'salvare', comprendere, redimere e via dicendo chi ha commesso delle azioni violente e criminose. Si tratta di una sollecitazione ad interrogarsi su che ruolo ciascuno può svolgere nella costruzione di un universo di senso orientato alla tolleranza, al dialogo, alla solidarietà piuttosto che alla solitudine, all’isolamento, alla prevaricazione, alla violenza appunto. Possiamo avere noi, comunque spettatori, spesso silenti o incapaci di cogliere i segnali della violenza prima che essa si manifesti con il palesarsi dell’evento criminoso, una funzione?

Sto parlando della responsabilità che ognuno ha nel generare senso e a sua volta responsabilità. Il significato di questo termine 'responsabilità' rimanda alla possibilità che ciascuno ha di avere consapevolezza degli effetti delle sue azioni (verbali e non verbali) e quindi di valutare anche, nel breve e lungo termine, quanto queste azioni generino bene-malessere per sé e per gli altri.

Forse diamo per scontato che il linguaggio di cui ciascun uomo dispone e che costruisce ed arricchisce nella sua vita, sia complesso ed includa parole e pensieri che facciano vedere che l’altro essere umano esiste. Spesso le azioni violente sono associate ad un pensiero che 'non vede l’altro', non lo riconosce portatore di bisogni e di senso. Vedere l’altro si traduce nella possibilità di vedere una persona con dei bisogni simili ma anche differenti da quelli propri. Poter riconoscere l’unicità dell’altro ed anche in seconda istanza poter mettersi nei panni dell’altro. 

Chiedendomi che cosa può costituire un esercizio per imparare a ragionare secondo queste premesse, credo che una risposta venga dalla possibilità di creare delle occasione, non solo eventi ma anche piccole azioni, che aiutino a sviluppare il pensiero nella sua forma riflessiva. Queste piccole azioni possono andare nella direzione della formazione personale sia individuale come leggere che di gruppo come la discussione, il confronto...in tal senso penso forse è possibile imparare a pensare a sé stessi in relazioni agli altri e sviluppare quel senso di responsabilità che sembra oggi messo da parte, misconosciuto, trasformato, reificato a favore dell’idea, più semplice e semplicistica, del controllo sociale, culturale, familiare.

 

Dott. Magda Pitrè

Psicoterapeuta sistemico-relazionale

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